Raccontare sé stessi e fare self-branding grazie ai social media

I social sono ormai uno strumento perfetto per fare self-branding. Il motivo? Rappresentano una vetrina per tutti quei professionisti che vogliono proporsi al mercato attraverso i propri contenuti. Un modo per raccontare sé stessi agli altri e di conseguenza, a possibili recruiter.

foto di un ragazzo che fa self-branding

Nel mondo del lavoro di oggi, questa abitudine è diventata molto diffusa soprattutto tra i creativi ma anche tra gli studenti universitari, che hanno iniziato a utilizzare i propri profili per mostrare le loro skills a figure dello stesso settore o dello stesso percorso di studi, con il desiderio di creare una rete sempre più ampia, un network proficuo che duri nel tempo.

I social media offrono quindi un modo per distinguersi e distinguere soprattutto ciò che si vuole offrire al pubblico o a brand e agenzie con cui iniziare possibili collaborazioni o partnership. I social non sono quindi solo un terreno di conquista di influencer e content creators, ma anche di neo-laureati o professionisti di diversi settori che vogliono entrare nel settore di riferimento grazie alle loro competenze, raccontate attraverso uno storytelling efficace e un piano editoriale studiato nel dettaglio.

Secondo uno studio della società di reclutamento CareerArc, nel 2021 fino al 92% delle aziende ha utilizzato i social media per assumere nuove figure. Un numero importante, se pensiamo che fino a pochi anni fa i social media erano luoghi in cui raccontare la propria vita privata, piattaforme prettamente dedicate allo svago (lo sono ancora, in buona parte) che non prevedevano di diventare veri e propri portfoli personali.

Non parliamo solo di Instagram e Facebook, ma soprattutto TikTok. Tutti nuovi punti di riferimento che possono sostituire in un certo modo, almeno dal punto di vista creativo, il proprio curriculum e dare spunti a chi deve valutare le skills di un giovane neolaureato, soprattutto in campo creativo.

Come spiega un articolo della CNBC, per esempio, il professionista dell’industria dell’animazione Tony Bancroft (che ha anche un profilo Instagram molto interessante, lo trovate qui) ha sviluppato il suo personal branding in modo molto efficace arrivando a oltre 115.000 follower e facendo crescere una community di persone particolarmente affezionate alle sue illustrazioni. Un fidelizzazione che si è tramutata, nel tempo, in vere e proprie collaborazioni con importanti case di produzione e distribuzione come Netflix, per esempio.

Lo stesso Bancroft, che è anche il direttore del programma di animazione ed effetti visivi presso l’Azusa Pacific University, ha più volte specificato il suo consiglio ai giovani professionisti: “Curate il vostro contenuto facendo sì che possa rappresentare al meglio voi stessi, in ogni dettaglio. Ciò che pubblicate è quello che siete”.

Indipendentemente dalla piattaforma che si va a utilizzare, in ogni caso, è consigliabile sfruttare i propri contenuti anche per contattare o farsi notare da professionisti dello stesso settore con l’obiettivo di condividere idee e opportunità. Rimanere informati di chi c’è attorno a noi, soprattutto a livello digitale, è il primo passo per farsi riconoscere all’interno di un ecosistema ampio e sempre in evoluzione.

immagine dedicata al self-branding

Sempre nell’articolo di CNBC viene citato l’esempio di Kahlil Greene, una giovane designer che ha trovato numerose opportunità grazie alla sua pagina Instagram. Ora gestisce lei stessa tre pagine molto note negli Stati Uniti, proprio dedicate alle illustrazioni e al design, utilizzando un mix efficace e soprattutto sostenibile economicamente di strumenti gratuiti e social media.

Il collegamento diretto con i datori di lavoro attraverso i social può portare a creare subito dei legami basati sulla credibilità e soprattutto sulla fiducia diluita nel tempo e dimostrata da quella costanza di pubblicare contenuti personali che potrebbe mostrarsi anche durante un rapporto professionale. 

I social media sono anche il luogo perfetto dove il self-branding si unisce alla prospettiva di contattare direttamente i recruiter o altri professionisti, con l’occasione di instaurare un rapporto più informale in cui ci si possa presentare di persona evitando il processo tradizionale dell’invio dei curriculum. 

Una pratica che sembra poco diffusa, ma non lo è affatto: diversi professionisti, soprattutto nell’ultimo periodo, hanno assunto collaboratori che li avevano contattati personalmente.

Tutto ciò è un’ulteriore dimostrazione di quanto le nostre capacità relazionali possano essere decisamente utili nella ricerca di un lavoro o di una collaborazione, qualità ovviamente da accompagnare con la giusta preparazione lavorativa.

Anche se agli albori della propria esperienza, il modo giusto per unire relazioni interpersonali e competenze è quello di pubblicare contenuti raccontando una storia, in questo caso la propria storia, per delineare una figura di noi stessi consona al ruolo che si vuole occupare.

Ciò che facilità il self-branding è appunto questo: evitare di preoccuparsi se non si ha necessariamente un portfolio professionale come quello degli studenti di design o di chi cerca lavoro fuori dalle piattaforme e attraverso percorsi più tradizionali.

L’utilizzo dei social media per mostrare il proprio lavoro significa anche raccontare la propria identità al mercato: la soluzione più adatta per farsi notare nel tempo, in qualsiasi settore e in qualsiasi situazione.

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