I CEO big tech puntano allo spazio, il business del futuro post digitale

I CEO big tech puntano allo spazio: nessuna novità ma una tendenza ormai in grande crescita. Prima Elon Musk, ora Jeff Bezos dopo aver lasciato il posto di CEO di Amazon: non è solo un trend di investimento, ma una vera e propria corsa all’oro.

foto di un astronauta per l'articolo sui CEO big tech e lo spazio

Quando parliamo di Elon Musk, ovviamente, non facciamo riferimento solo a Tesla ma soprattutto a SpaceX e le grandi ambizioni di Musk nell’occupare uno spazio – facile il gioco di parole – in questo nuovo settore.

Curiosità: SpaceX è l’azienda aerospaziale statunitense di Elon Musk con sede a Hawthorne in California. Fondata nel 2002 con l’obiettivo di creare le tecnologie per ridurre i costi dell’accesso allo spazio e permettere la colonizzazione di Marte, ha sviluppato i lanciatori Falcon 1, Falcon 9 e Falcon Heavy e le capsule Dragon e Dragon 2, per il trasporto di cargo e astronauti da e verso la Stazione Spaziale Internazionale.

Ecco che la corsa nello spazio sta diventando sempre di più un affare privato, con colossi come lo stesso Richard Branson – patron australiano di Virgin – pronti a inaugurare insieme a Bezos e Musk una nuova era di viaggi spaziali non solo per i professionisti e addetti ai lavori ma soprattutto per i turisti.

Questa volta, infatti, a 50 anni dai primi passi lunari, nonostante le promesse di Donald Trump (dell’anno scorso, quando era ancora presidente Usa) di attività militari nello spazio, quest’ultimo sarà una corsa di imprese private. Una conquista meno ideologica – soprattutto perché non abbiamo ricordi positivi riguardo alla sfida Usa-Russia degli scorsi decenni – ma guidata piuttosto dalle ambizioni di questi imprenditori visionari e i loro obiettivi di commercializzare progetti siderali. Comprese – un domani, forse – colonie extraterrestri.

I CEO del big tech ambiscono a colonizzare lo spazio? Scopriamo come

immagine del cielo stellato per l'articolo sui CEO big tech

Virgin Galactic, SpaceX, Blue Origin: tre colossi che puntano a diventare punti di riferimento per le prossime colonizzazioni spaziali. Ma come faranno a diventare tali? Quali sono gli investimenti e i progetti che porteranno queste compagnie a modellare il nostro futuro almeno nel campo dell’esplorazione amatoriale dello spazio?

Facile capire che dal passato sono comunque cambiate tante cose: il programma Apollo del 1969 costò 25 miliardi, equivalenti a 600 miliardi odierni. Mentre il budget Nasa del 2019 era di 21 miliardi, e oggi sono le aziende private a spendere tre volte tanto. La ricerca applicata, in particolare, è appalto delle imprese – orbite siderali comprese.

In questo contesto, non manca comunque la spinta di un nuovo duello tra potenze nella gara allo spazio – con la Cina, che ha promesso una base lunare entro il 2030 – ma il duello odierno Washington-Pechino non ha la stessa attenzione popolare di quelle che non sembrano lotte tra potenti ma semplici dinamiche concorrenziali di mercato: lo spazio secondo i CEO big tech. Sono così sempre più le imprese oggi ad agire da protagoniste della nuova stagione dell’esplorazione, anzichè da compagni di progetto dei governi globali e l’economie più forti.

Ma apriamo una parentesi su Blue Origin. Società privata creata dal fondatore di Amazon Jeff Bezos, ha sede a Kent (Washington) ed è stata premiata con 3,7 milioni di dollari dalla NASA nel 2009 per l’accordo sullo spazio sotto il programma commerciale (CCDev) con l’obiettivo di sviluppare concetti e tecnologie per supportare future operazioni di volo spaziale umano.

Nel maggio 2020 la compagnia di Bezos è stata selezionata dalla NASA, assieme a SpaceX e Dynetics, per progettare un Lander lunare per il programma Artemis.

Anche la stessa Nasa, infatti, ha aperto negli ultimi tempi al turismo spaziale: un settore che proprio i CEO big tech hanno identificato come nuovo core business del loro futuro tecnologico. Mai più con gli esseri umani e la Terra, luoghi e figure sature, ma le stelle.

L’agenzia spaziale americana è a caccia di fondi, sta studiando inedite opportunità per la Stazione spaziale e lo sta facendo nonostante le critiche di chi sta presentando il futuro conto dei rischi di una privatizzazione spaziale. Da anni ormai si parla di un hotel nello spazio, per esempio, nei pressi della Stazione Spaziale Internazionale, immaginando il decollo verso di lei di razzi e passeggeri facoltosi e interessati a un soggiorno alternativo o a particolari studi empirici.

Ma non solo: il business va avanti e lo fa velocemente, dando ai giganti del digitale la strada spianata per porre le basi di un futuro roseo e pieno di hype. Dovrebbe infatti essere preparato anche un punto d’attracco verso la Luna, il Gateway, che assicuri ruoli centrali al business.

Inoltre, l’agenzia ha anche affidato per 375 milioni di dollari alla Maxar Technologies la costruzione, il lancio e i test, assieme a Blue Origin e Draper Laboratory, del Power and Propulsion Element.

Curiosità: il Power and Propulsion Element è un modulo di propulsione a ioni elettrici solari. Precedentemente noto come Asteroid Redirect Vehicle Propulsion, raddoppierà la sua attività come rimorchiatore spaziale ed è previsto un suo lancio sul Falcon Heavy per il 2024.

Proprio quest’anno altre tre startup, la Astrobotic Technology, la Intuitive Machines e la Orbit Beyond sono state incaricate di sviluppare moduli di allunaggio capaci di scaricare attrezzature scientifiche in località lunari di particolare interesse. Astrobotic sta anche mettendo a punto un MoonRanger che percorra il suolo per mappature tridimensionali. Altri veicoli invece sono in preparazione da Lunar Outpost con lo scopo di analizzare le risorse della Luna.

Oxeaon Energy è un’altra startup che studia un procedimento chimico che sappia convertire ghiaccio lunare in ossigeno e carburante. Oltre confine, la viennese Lithoz intende utilizzare il 3D Printing sulla Luna, mentre la Altius prepara un durevole robot in grado di operare con molteplici attrezzi. Un’altra società ancora, Housing, sta progettando abitazioni per quattro persone con materiali disponibili sulla Luna o su Marte.

Tutto un affare privato, quindi, con Bezos, Musk e Branson a guidare la fila e le startup più importanti del settore a comporre questo treno d’innovazione che non intende assolutamente fermarsi.

CEO big tech e lo spazio: pionieri, innovatori, visionari

foto di Jeff Bezos CEO big tech

Tra i nuovi avventurieri spaziali è sicuramente Musk a farla da pioniere e da padrone. Il suo più recente successo l’aveva registrato a Cape Canaveral nel 2019, dove un razzo si era staccato dal promontorio della Florida il 24 giugno. A bordo del Falcon 9 un grappolo di 60 satelliti, invece, ebbero come obiettivo quello di metterli in orbita attorno al nostro pianeta, a 270 miglia di distanza, prima parte d’un nuovo sofisticato sistema di comunicazione Internet denominato Starlink.

Le prime due navicelle cargo targate SpaceX ad atterrare sul Pianeta Rosso potrebbero invece essere lanciate nel 2022, per dare la caccia a fonti d’acqua e cominciare a preparare la costruzione di un impianto di carburante. Due anni dopo altre quattro missioni dovrebbero decollare con le prime persone a bordo: siamo agli inizi di una vera e propria colonia?

Ma la SpaceX non è solo un punto di riferimento per il settore, ma per tutto il mondo in generale: i razzi Falcon della compagnia, infatti, sono diventati talmente popolari che la Ue ha deciso nei fatti di “copiarli”, con un programma chiamato Retalt con sede principale in Germania. Il più grande vantaggio di questi razzi è che sono riutilizzabili e sono diventati ormai un modello di sviluppo per l’intero mondo ingegneristico spaziale.

Un suo prototipo per il programma Starship, invece, è reduce da un test fallito, ma il progetto prosegue con meta un atterraggio di un modulo senza equipaggio sulla Luna fra due anni – e una riedizione della camminata di Armstrong nel 2023. Questo simbolicamente batterebbe la Nasa, come se fosse una gara: l’agenzia Usa non prevede infatti al momento alcun allunaggio prima del 2024.

Il rivale Jeff entra in corsa dopo l’addio ad Amazon

Dopo l’addio come CEO di Amazon, Bezos non vuole assolutamente andare in pensione ma si dedicherà ai suoi due nuovi progetti: il Washington Post e appunto la Blue Origin.

Con la sua Blue Origin il creatore di Amazon vuole tenere il passo di Musk nella conquista delle nuove opportunità spaziali. La compagnia è rimasta spesso, negli ultimi anni, un po’ indietro rispetto alle conquiste di Musk ma non è assolutamente rimasta ferma: sta sviluppando infatti voli suborbitali per poi, come nel suo motto latino Gradatim Ferociter (passo a passo, con tenacia) offrire quelli in orbita e future missioni lunari.

Dal 2014 ha già condotto esperimenti con tecnologie per i voli più ambiziosi. E dal 2019 ha delineato la sua visione per lo spazio, che ha sua volta rivaleggia con i sogni di Musk: è popolata di milioni di persone che vivono e lavorano in stazioni spaziali e in centri lunari. Per i prossimi anni, Bezos ha messo a fuoco disegni per un modulo di allunaggio, chiamato Blue Moon. Il progetto dovrebbe essere pronto per l’uso entro il 2024 e il cui motore, il BE-7, è allo stadio di prototipo.

Tra i progetti iniziali in vista di una colonizzazione, inoltre, c’è il trasporto di carichi verso la Luna in partnership con l’Università dell’Arizona. Bezos aveva però puntato allo spazio anche attraverso Amazon, nel corso del 2019: il colosso dell’e-commerce aveva infatti chiesto l’autorizzazione dell’ente federale Fcc per lanciare 3.236 satelliti collegati tra loro e in grado di offrire servizi broadband. Un sistema battezzato Project Kuiper, che dovrebbe mirare a un mercato di 3,8 miliardi di consumatori.

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