La Commissione Europea rinnoverà il digitale, ma in che modo?

Matteo Shots.it

Matteo Mario

La Commissione europea ha recentemente presentato un pacchetto legislativo riferito al mondo dei servizi digitali. Le due proposte di regolamento presentate dalla vicepresidente esecutiva Margrethe Vestager (Concorrenza e Digitale) e dal commissario Thierry Breton (Mercato interno) dovranno essere discusse e adottate dai due co-legislatori dell’Unione, Parlamento e Consiglio.

C’è da sottolineare che nell’economia classica, questi meccanismi regolatori in realtà esistono già a livello nazionale – le autorità Antitrust – e a livello europeo, considerate le costanti attività di contrasto alle operazioni anti-concorrenziali della Commissione.

La proposta di regolamento, però, è diversa dalla realtà a cui siamo abituati e si articola in due capitoli. Il primo, denominato Digital Services Act (Dsa) definisce delle regole per le piattaforme online anche nel rapporto con il cittadino/utente. Il secondo, invece, è il Digital Markets Act (Dma) che si occupa di concorrenza sul mercato.

Due situazioni che andrebbero a regolarizzare maggiormente un reparto del settore che sì, è parzialmente regolarizzato, ma non gode al contempo di un giusto recinto di regolamentazioni sufficienti per contrastare il forte livello anti-concorrenziale raggiunto dai colossi digitali attuali. La scelta della Commissione Europea, quindi, sembra andare in questa rinnovata direzione.

La Commissione Europea cambierà davvero il digitale?

foto di Thierry Breton per l'articolo sulla Commissione Europea e il digitale

Ma entriamo nel merito di quelli che potrebbero essere i cambiamenti da qui in avanti, con l’introduzione e l’approvazione di questi nuovi atti.

La situazione è questa, e ve l’avevamo raccontata già negli scorsi mesi: la forza delle piattaforme sta dando sempre più fastidio alle istituzioni politiche, e le loro attività di dominio del mercato stanno creando una sorta di “fase di saturazione” che proprio le autorità vogliono debellare.

In questo clima di vera e propria sfida tra colossi, quelli politici e quelli legati ai servizi digitali, di certo non hanno aiutato le mosse dei protagonisti e soprattutto la tendenza ormai decennale di pagare sempre meno tasse all’interno degli stati membri. Se il discorso di una web tax comune sia ormai sulla bocca di tutti gli attori coinvolti da ormai anni, quello delle singole mosse un po’ meno: lo sapevate che il CEO di Alphabet Sundar Pichai ha dovuto scusarsi ufficialmente con la Commissione Europea smentendo una fuga di notizia che lo poneva sul piede di guerra contro la stessa Commissione?

Queste circostanze hanno fatto sì che non si creassero quei sentimenti di identificazione e di legittimità nell’opinione pubblica e nelle rappresentanze politiche, proprio nei confronti dei colossi digital. Un fuoco che potrebbe diventare un incendio, ma soprattutto un rischio per chi avrebbe scommesso che Google, Amazon, Facebook e Apple avrebbero fatto le parti degli invincibili per sempre.

Ecco allora che si vengono a stabilire le dinamiche per questi due atti: il primo, il Dsa, intende fornire strumenti contro l’incitamento all’odio, il terrorismo e la disinformazione, creando obblighi maggiori di intervento per le grandi piattaforme. Da questo punto di vista, la questione del controllo degli algoritmi è centrale, ed è su questo che si concentreranno probabilmente le discussioni le più significative nei prossimi mesi.

Nel Dma, invece, le piattaforme vengono prese in considerazione in quanto potenziali barriere (gatekeepers), esercitanti una posizione dominante sul mercato. Queste piattaforme non vengono esplicitamente nominate nel testo della Commissione, ma definite secondo una serie di criteri tra cui volume di utilizzo da parte degli utenti e fatturato in Europa. 

Si tratta di parametri che permettono già di individuare come questi colossi siano nel mirino e lo siano già da tempo: ecco un elemento che potrebbe metterli, seppur quasi parzialmente, di sorpresa.

Stiamo parlando, quindi, di una filosofia antitrust già sperimentata negli Stati Uniti nel dopoguerra con misure preventive per evitare una posizione dominante prima che questa giunga a un livello irreversibile: un mix di regole ex ante (di prevenzione) ed ex post (per ripristinare la concorrenza).

Queste misure rappresentano un freno all’attività delle grandi compagnie, che dovrebbero poi reagire con contestazioni e controproposte. Ma anche lato statunitense esiste una forte volontà di regolare ulteriormente big tech, con la presidenza di Joe Biden che sarà sicuramente attenta al dossier.

Il Digital Act può apparire sicuramente per gli utenti di tutto il mondo piuttosto complicato e farraginoso, e quindi potrà poi creare alcuni effetti perversi o distorsioni del mercato. In qualche modo, allo stesso tempo, il processo di inceppamento della Google Tax impedisce alle stesse piattaforme di poter invocare il loro contributo al gettito fiscale come parte delle normative degli Stati europei. Una sorta di messaggio di valore fondamentale, sia per chi usufruisce del web sia per chi lo gestisce: no taxation, no representation.

Tutto questo nasce e sviluppa in un contesto politico in cui la Commissione e molti Stati membri hanno dichiarato la volontà di una maggiore sovranità tecnologica e digitale, ma anche in cui è intervenuto un cambio di amministrazione negli Usa, che sembra voler spingere sulle tematiche antitrust nel digitale. Non dimentichiamoci una nota intervista al presidente Joe Biden di diverse settimane fa, durante la quale ha mostrato tutto il suo interesse nel contrastare i cosiddetti “privilegi” dei colossi digitali.

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