Perché tutti stanno guardando The Social Dilemma

Matteo Shots.it

Matteo Mario

The Social Dilemma è un documentario di Jeff Orlowski sbarcato su Netflix pochi giorni fa. Partendo dalla testimonianza di ex dipendenti delle compagnie di social media e protagonisti del panorama tecnologico, il film evoca tutti i pericoli derivanti dall’abuso dei social e prevede scenari molto negativi per il futuro della nostra società.

scena di The Social Dilemma

In sostanza, senza voler fare troppi spoiler, il documento-film ci pone di fronte a un dualismo in cui sono protagoniste due menti: la nostra e quella dei software, con quest’ultima ormai molto più evoluta e destinata a manipolarci con scopi commerciali ed economici. Un’immagine cupa e triste, che però racchiude forse un’esagerazione romanzesca che il film prodotto da Netflix ha voluto mostrare più per redarguire la generazione Z nei possibili pericoli di un abuso sconsiderato e inconsapevole del mezzo social. Niente a che vedere, insomma, con la realtà dei fatti e il futuro della nostra convivenza con la tecnologia.

Un elemento interessante del docu-film è che le voci interpellate dai creatori sono molto autorevoli e appartengono al panorama più elitario della Silycon Valley. Stiamo parlando di figure del calibro di Chamath PalihapitiyaFacebook Former VP of growth – Steve Harris, ex esperto di etica del design di GoogleTim Kendall – Former Executive di Facebook, Former President di Pinterest e CEO di Moment – Aza RaskinInventore dell’Infinity Scroll -, Justin Rosenstein – Co-Founder di Asana, Facebook e Google Former Engineer -, Jeff Seibert – Twitter Former Executive – e molti altri.

scena di The Social Dilemma con Tim Kendall

The Social Dilemma tratta anche l’aspetto della creazione dell’identità degli utenti, spiegando come le nostre opinioni e visioni del mondo siano fortemente influenzate e decise a tavolino da parte dell’algoritmo che segue la nostra esperienza online e prevede anche le nostre scelte, cosa seguiremo, quando e perché. Tutto ciò, quindi, non verrebbe dalla nostra reale volontà ma sarebbe pianificato dal nostro news feed, che ci racconta un mondo definito “personalizzato” in base ai nostri interessi e le nostre esperienze e gusti personali.

Questo aspetto è raccontato con l’esempio del concetto di cambiamento climatico: se cercata su Google, questa keyword riceverà dei completamenti differenti in base alla nostra posizione geografica. Le definizioni delle cose che ci circondano e delle vicende globali, quindi, non sarebbero uguali per tutti ma avrebbero un significato diverso in base all’utente.

Un argomento ancora più interessante per il pubblico che sta guardando il documentario in trend in Italia, che non sarebbe per niente consapevole e si muoverebbe sui social pensando di essere libero, quando invece sarebbe manipolato e guidato da un algoritmo costruito nel tempo e dedicato solo ed esclusivamente alla sua personalità.

scena di The Social Dilemma

Qui è dove le personalità intervistate trovano il punto in comune con la decadenza della nostra società, la vera e propria “radice” del crollo del pensiero critico in ognuno di noi. Un problema che, a lungo andare, sarebbe devastante per le menti delle persone e per la stabilità psicologica della popolazione.

scena di The Social Dilemma

Tutto questo, inevitabilmente, pare sia un mare limpido dove fake news, contenuti ingannevoli e post suggeriti riescano a sguazzare con grande facilità dando la possibilità ai social media di controllare le nostre opinioni prima ancora delle nostre scelte.

Uno storytelling, come abbiamo già detto, molto negativo che però va preso con tutte le precauzioni del caso e senza allarmismi: è vero che i social media presentano algoritmi che indirizzano i nostri interessi verso determinati contenuti, è vero che le fake news hanno maggior potenza e diffusione nelle piattaforme come Facebook o Twitter, ed è vero anche spesso ci sentiamo “circondati” dal “grande occhio” della rete quando troviamo un post sponsorizzato relativo ad un prodotto che abbiamo semplicemente accennato a mamma e papà durante il pranzo della domenica, ma tutto ciò non è irreversibile e soprattutto non è un buco nero in cui cadere e non tornare più.

Sicuramente il concetto di pensiero manipolato è valido anche in base alle conoscenze personali, la propria storia culturale e altri fattori legati al proprio livello di istruzione e alla quantità di consapevolezza digitale che si mette in campo quando si usano i social. L’abuso fine a sé stesso non è mai positivo, in generale come con i social media, ed è derivante in ogni caso non dalle forze esterne ma dalla forza di noi stessi: quanto siamo disposti a scavare per comprendere fino in fondo ciò che stiamo utilizzando? 

Riuscire a capire i servizi di cui usufruiamo quotidianamente, come lo sono appunto i social, comprende anche il saper differenziare tra pregi e difetti di una piattaforma, che non vuol dire trovare punti di forza e punti deboli ma ciò che questi strumenti possono portare di positivo alla nostra collettività, o alla nostra attività se siamo degli imprenditori o dei brand, o infine alla nostra immagine se siamo personaggi pubblici o artisti, senza retorica ma con un impegno forte proveniente soprattutto dai noi stessi. 

Vero è che la riflessione di The Social Dilemma varca ambiti molto più complessi dell’digital advertising e del web marketing, perché va a toccare sfere della vita personale e della psicologia dell’individuo, oltre che temi legati alla sociologia e all’evoluzione dell’uomo. Vero è anche che, però, i social media sono tuttora uno degli strumenti migliori per far valere le proprie cause, promuovere progetti o qualsiasi attività che senza la visibilità sulle piattaforme sarebbe molto difficile vedere in auge. Ecco perché è giusto pensare ai social come opportunità consapevole e sana (molto facile a dirsi, poi tocca a noi farlo nel modo corretto) e riuscire ad arginare il pericolo incombente uomo-macchina rivelato in The Social Dilemma facendo crescere le nostre opportunità rispetto al problema. Come sfruttare al meglio ciò che abbiamo davanti, dopo averlo compreso fino in fondo?  

La conoscenza è la chiave di tutto: se conosciamo bene qualcosa, automaticamente sapremo i suoi lati negativi e quelli positivi, facendone un uso consapevole e quindi non abusandone. Gli autorevoli intervistati, d’altra parte, sono questo: figure consapevoli che conoscono lo strumento e riescono a farne un disegno sì negativo, ma al contempo completo: non per caso si tratta di professionisti che in molti casi lavorano ancora nelle companies citate, senza ripercussioni. La consapevolezza digitale è soprattutto questo: conoscere ciò che è più grande di noi per non restare spiazzati o sorpresi, farne un uso sano e costruttivo, saper riconoscere la verità dalla fake news anche attraverso l’aiuto di altre fonti, e soprattutto evitare di pensare ai social come arma di distruzione (o distrazione) di massa.

In conclusione, The Social Dilemma ha attratto così tanto il pubblico perché presenta problemi reali come la malattia della depressione dovuta all’accettazione di sé stessi sui social, la dipendenza digitale, il rapporto tra il singolo e la società, il rapporto uomo-software e la diffusione di contenuti ingannevoli e fake news sulle diverse piattaforme. Un problema sociale, oltre che politico, derivante appunto dalla potenza dei social e dalla loro influenza nelle nostre vite. Il tutto raccontato da chi ha contribuito (o addirittura inventato di sana pianta) gli strumenti che usiamo quotidianamente, forse troppo frettolosamente e con teorie probabilmente unilaterali e senza contraddittorio. Il materiale c’è e anche la fondatezza delle opinioni, questo è sicuro, ma forse si poteva fare di meglio.

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