Facebook, Twitter e fact checking: da che parte stanno i social?

L’emergenza Covid-19, ma in particolare tutta la prima metà del 2020, ha contribuito a far diffondere sempre più dibattiti di attualità e politica sui social. Anche alcune figure politiche, che chiaramente non usano i social solo da quest’anno, hanno comunque intensificato la propria attività di comunicazione online per scopi propagandistici nei confronti del proprio elettorato.

Fra tutti, una grande presenza social l’ha registrata sicuramente Donald Trump. Fattore che ha attirato l’attenzione dei colossi del web, in particolare Twitter. Ma torniamo indietro di diversi giorni: siamo allo scorso 26 maggio e il presidente americano pubblica due tweet che Twitter, successivamente, contrassegnerà come “potenzialmente fuorvianti”. Nei tweet, il Tycoon presentava la sua teoria riguardo al fatto che le votazioni per posta sarebbero potenziale fonte di brogli elettorali. 

Foto di Trump per l'articolo sui social

La piattaforma di Jack Dorsey segnala, quindi, il post, limitandosi però solo a mantenerlo visibile aggiungendo un link “Get the facts” destinato a invitare gli utenti a verificare i fatti consultando altre fonti d’informazione. Diverso tempo prima, lo stesso Twitter si era mosso contro altri capi di governo, ma in modo più severo: il network, infatti, aveva cancellato i tweet del presidente brasiliano Jair Bolsonaro e quello del Venezuela Nicolàs Maduro, con la motivazione ufficiale (o accusa, per meglio dire) di aver diffuso informazioni false sulla pandemia di Covid-19.

Ma ecco che, proprio The Donald, si muove di conseguenza e dopo solo due giorni emette un ordine esecutivo con lo scopo di limitare la tutela legale alle piattaforme per i contenuti che vengono condivisi al loro interno.

“L’accenno di uno scontro tra la politica e il mondo del digitale?” Si sono chiesti in molti.

Non è finita lì, però, perché il 29 maggio lo stesso presidente Usa twitta in merito ai disordini di Minneapolis – iniziati dopo l’uccisione di George Floyd  – scrivendo: “when the looting starts, the shooting starts“. Ecco che, sempre Twitter, lo contrassegna nuovamente ma questa volta come contrario alle policy per motivazioni legato all’ “incitamento alla violenza”, mantenendo la sua visibilità ma limitandone la circolazione.

tweet di Trump

Stiamo parlando di questo, quindi? Una battaglia a muso duro tra Jack Dorsey, CEO di Twitter, e la Casa Bianca? Dorsey, in ogni caso, non ha solo risposto al fuoco, ma si è anche esposto mettendo le mani avanti e spiegando “l’intenzione di connettere i puntini di dichiarazioni confliggenti e mostrare le informazioni dibattute, in modo che le persone possano giudicare autonomamente”. E ancora: “Evitare interferenze nelle elezioni e in altri processi civici”. Una presa di posizione che, perciò, specifica l’esigenza più generale rispetto alla presa di mira di un singolo politico.

Ma da dove nasce questa decisione di Twitter? Tutto ciò viene dall’ambito di una cosiddetta Civic Integrity Policy, elemento che Facebook non ha. A differenza del primo, infatti, il secondo presenta solo una policy sui contenuti violenti. Questo perché da ormai diverso tempo il social di Mark Zuckerberg ha deciso di comportarsi in modo differente per quanto riguarda le discussioni politiche rispetto al suo “cugino”, con l’obiettivo dichiarato di Garantire la massima libertà di espressione, a meno che queste discussioni non generino un “rischio imminente di danni o pericoli specifici”.

Ma non è l’unico fattore su cui si distinguono le politiche dei due social: la distanza esiste anche in merito alle campagne pubblicitarie di stampo politico. Twitter, come avevamo raccontato anche precedentemente, ha deciso ormai da tempo di bloccare qualsiasi sponsorizzazione politica a pagamento, mentre Facebook permette ancora di comprare inserzioni politiche liberamente, senza incorrere nel fact checking.

Questa contrapposizione è ancora più solida e visibile in territorio europeo, dove gli utenti utilizzano i servizi previsti dai social media ma in realtà non conoscono esattamente ciò che li regola nelle loro condivisioni e nella possibilità di bloccarle.

Questa regolamentazione nasce nella sezione 230 del Communications Decency Act firmato nel 1996, dove si fornisce uno scudo legale ai provider in nome del libero mercato, ma più specificatamente quello economico e delle idee. Un importante passaggio che ha permesso a quasi tutti i social – ma anche a Wikipedia, per esempio – di diventare realtà ed evolversi in ciò che sono ora. I gestori dei servizi che ospitano contenuti, grazie a questa legislazione, non sono obbligati a cancellare quelli ritenuti offensivi da qualcuno, fatta eccezione per le violazioni di copyright, che però sono normate da un’altra disciplina.

Ovviamente queste decisioni vengono prese lontano da noi, o almeno da un punto diverso di Google Maps, facendoci sembrare come impotenti di fronte a policy e leggi con le quali noi stessi conviviamo quotidianamente senza la giusta consapevolezza. La vera domanda che dobbiamo porci è, quindi, se questa è la dimensione social che pensiamo di conoscere davvero o crediamo di vivere in un mondo diverso.

La consapevolezza di cui si parla, però, dev’essere anche identificata con quella relativa ai contenuti che condividiamo, della forza delle parole e delle immagini stesse, che se prese troppo alla leggera rischiano di rovinare anche molte strategie di comunicazione partite bene ma sviluppatesi poi nel modo sbagliato.

Anche ciò che condividiamo, infatti, è ospite di diversi poli che decidono, in base alle proprie politiche interne, se il modo in cui l’abbiamo fatto sia quello più responsabile socialmente o il contrario. Ovviamente, i social non sono meri contenitori ma nemmeno degli “editori unici” che passano i loro business day a controllare a livello preventivo ogni post. E nemmeno ne avrebbero l’obbligo, in realtà.

Forse, la risposta giusta sta nel mezzo, perché queste compagnie non sono altro che società private che offrono servizi di comunicazione al pubblico e di organizzazione dell’informazione che non hanno fatto altro che creare un grande impatto sull’opinione pubblica e un’influenza sui nostri comportamenti.

In questo ecosistema di servizi privati disponibili per gli utenti globali, ovviamente ogni scelta rappresenta sì una presa di posizione, ma anche in realtà un adattamento ad un mondo complesso che vede informazione e comunicazione come due volti della stessa medaglia, quando invece rappresentano due forme analoghe ma tutt’ora ben distinguibili tra loro.

La risposta sta, sicuramente, nel sapersi creare una consapevolezza e il giusto senso critico per vedere il tutto da una prospettiva più ampia, in cui sarà sempre più frequente che un presidente verrà “penalizzato” (se possiamo dire così) a causa di un suo post che incita alla violenza o destabilizza l’opinione pubblica fornendo false informazioni.

La dura verità, invece, è quella che i social media sono e restano compagnie che portano avanti interessi comuni (sono regolamentate e hanno una funzione sociale) ma anche privati, essendo appunto aziende con obiettivi prettamente comunicativi e non in primo luogo informativi. Ormai notizie, politica e attualità fanno parte del vortice social, ma questo non vuol dire che la verità assoluta sia da riscoprire in un post, in un titolo click baiting o nell’oscuramento di un post. Basta solo imparare a conoscere meglio il web, con i suoi numerosi limiti ma infiniti pregi, e sapere dove cercare, come cercare e quando farlo, creandosi un’idea basata sul senso critico e analitico prima del semplice immagazzinamento immediato. E tutto questo deve succedere nonostante una costante guerra tra policy e un’informazione fuorviante, elementi scomodi ma inevitabili se presi in un contesto complesso e articolato come quello dei social media.

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