Gli scatti di Karim El Maktafi, tra identità e confronto culturale

Identità, confronto culturalediversità: Karim El Maktafi è un fotografo che ha sempre voluto raccontare l’incontro tra questi grandi concetti all’interno dei propri scatti.

Scatto colorato di Karim El Maktafi

Un’identità, la sua, che è figlia di due culture: quella italica – è nato in Italia, a Desenzano del Garda – ma anche quella marocchina – i suoi genitori sono originari, appunto, del Marocco – e che è diventata quasi un vero e proprio punto di partenza per la sua ricerca interiore, oltre che artistica e professionale.

Ed è proprio il confronto culturale tra queste due realtà, al contempo così diverse e così vicine nella sua personale dimensione quotidiana, che il fotografo intende condividere con il pubblico e gli amanti del settore.

Come tutti i creativi che si sentono “in gabbia” nel corso di questo lungo lock down forzato, Karim è riuscito a trovare nuovi spunti per il suo lavoro e ne ha approfittato, tra alti e bassi come lui stesso ha umanamente precisato, per concentrarsi sulla ricerca e sull’ideazione di nuovi progetti pronti a ripartire non appena tutto questo sarà finito.

scatto colorato di Karim El Maktafi

Tra programmi work in progress e nuove idee da realizzare, infatti, il suo lavoro non si è affatto fermato ma è riuscito ad essere riconosciuto fuori dai nostri confini pur rimanendo tra le mura di casa. La dimostrazione che quando creatività dirompente e mondo digitale si uniscono, non ci sono confini o pareti casalinghe che tengano.

Stiamo parlando del Washington Post Magazine, che sulla cover del numero di aprile ha scelto proprio un suo scatto per raccontare simbolicamente la situazione emergenziale che il pianeta sta vivendo.

Abbiamo avuto l’opportunità di fare due chiacchiere con lui in merito al suo lavoro, i suoi progetti futuri ma soprattutto il rapporto tra la sua professione di fotografo e il mondo digital. Un connubio che ha sempre bisogno di una buona dose di discussione e confronto.

Ciao Karim. Come stai vivendo da fotografo questo lock down? Che impatto pensi potrà avere nel tuo settore questa crisi globale?

Scatto in bianco e nero di Karim El Maktafi

Domanda difficile. Personalmente non so cosa possa nascere nel mio settore dopo questa crisi, ma sinceramente ho tanto timore e faccio fatica ad immaginarmi cosa potrà succedere in futuro. In generale non sarà più come prima e questo mi spaventa, tuttavia si può anche provare a farsi un’idea ed essere positivi senza per forza dare una definizione precisa a quello che sarà il futuro. Da quello che leggo, tutto il mondo dell’arte e della creatività – compreso quello musicale e dello spettacolo – avrà grosse ripercussioni. Io stesso, nei mesi marzo, aprile e maggio, avrei dovuto partecipare a due mostre: una a Milano al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, e una in Puglia nell’ambito del Radar Festival, entrambe spostate per ovvie motivazioni. Per me, che porto avanti progetti principalmente legati a ritrattistica e documentaristica, ha significato vivere in una specie di limbo ma allo stesso tempo mi ha aiutato anche ad essere comunque positivo e fare molta ricerca, riprendere progetti in progress, fare editing di lavori on going o cercare di distrarmi in qualche modo suonando strumenti musicali e leggendo. Ci tengo a sottolineare che la ricerca rappresenta una fase importante del lavoro e a volte è anche più importante della fase di scatto.

Fotografia e quarantena forzata: due attività che sembrano quasi un ossimoro. Cosa può nascere, secondo te, da questo strano connubio? In questo senso, hai sentito della sempre più diffusa fotografia via Skype? 

Scatto in bianco e nero di Karim El Maktafi

Personalmente sto vivendo questo “connubio” a giorni alterni. Più in generale stanno nascendo un sacco di progetti che non mi sarei mai aspettato, come il fotogiornalismo in situazioni particolari dell’emergenza, o anche fotografi che hanno seguito i parti ai tempi del Coronavirus. Tutte grandi idee che prendono spunto da piccole storie e lati, a volte poco raccontati, di una situazione che sta coinvolgendo un po’ tutti, nel bene e nel male. Riguardo alla fotografia su Skype sì, ho amici che hanno condotto e conducono tutt’ora lavori di questo tipo: è molto interessante e stimolante vedere come le persone e i miei colleghi cerchino di reinventarsi attraverso le piattaforme digitali, o anche tra le mura di casa attraverso gli still life.

Nel tuo repertorio hai voluto raccontare anche il confronto tra le tue origini familiari e la cultura italiana in cui sei cresciuto: luoghi comuni a parte, quale elemento del Marocco credi sia stato più rappresentativo da inserire nei tuoi scatti? C’è un denominatore comune?

Per me è sempre stato importante raccontare qualcosa di personale e rappresentarlo a mio modo, come per esempio la tematica dell’identità: un concetto molto vasto che è prezioso comprendere ed esplorare anche attraverso la fotografia. In questo senso, ho iniziato tempo fa a lavorare al progetto Hayati che è stato il primo lavoro che mi ha fatto capire a cosa volevo e dovevo interessarmi. In quel progetto ho cercato di capire chi ero e ho messo a confronto la mia doppia identità culturale: quella italiana e quella marocchina. Il denominatore comune potrebbe essere la mia intenzione di mostrare il buono e il vero di entrambe queste dimensioni e raccontarle parallelamente, rimanendo nel mezzo e cercando di mischiarle. Un’idea che si lega più ampiamente alla tematica delle seconde generazioni in Italia e in particolar modo a Milano. In questo senso ho voluto intervistare e fotografare ragazzi con la mia stessa esperienza, con i quali ho potuto condividere tante cose e che mi hanno fatto capire quanto le altre opinioni siano importanti per sentirsi parte di qualcosa. Nell’ambito dell’identità culturale c’è in work in progress una specie di sequel del progetto, un nuovo capitolo a lungo termine sull’identità del Marocco attraverso l’indagine del territorio.

“A volte mi sento uno straniero sia qui in Italia che là in Marocco, ma per me è una fortuna capire l’importanza del mio passato e della mia storia, cercando di arrivare a più persone possibili e creando un sentimento collettivo che coinvolga un pubblico sempre più vasto: avvicinare persone ad un’altra cultura abbattendo le barriere e creando ponti”.

Scatto in bianco e nero di Karim El Maktafi

Qual è l’emozione principale che vuoi comunicare con i tuoi scatti?

Più che un’emozione voglio trasmettere la curiosità. La stessa curiosità che spinge il sottoscritto a raccontare storie e indagare una singola tematica. Il mio desiderio è quello di portare le persone ad essere curiose di ciò che ho voluto cercare.

Quanto ti ha aiutato, se l’ha fatto, l’aspetto autobiografico nel tuo percorso da fotografo?

Sicuramente mi ha aiutato molto. Avere una doppia identità culturale non è solo una fortuna, per quanto mi riguarda, ma anche una vera ricchezza e uno dei miei obiettivi è valorizzare tutto questo anche agli occhi degli altri.

Il tuo stile è spesso identificato con l’utilizzo del bianco e nero: ci spieghi come mai? Come vivi il rapporto con questo stile e i colori più in generale?

Scatto in bianco e nero di Karim El Maktafi

Vivo il colore come un’informazione in più e da fotografo, simbolicamente, cerco di andare oltre e dare molto di più a chi osserva. Nei miei lavori, fino ad oggi, l’ho ritenuta un’informazione non necessaria e ho sempre tolto tutti quegli elementi che non ritengo fondamentali con l’obiettivo di concentrarmi su altro. Per esempio, il Marocco è un paese molto colorato ma il percorso che sto portando avanti è tutto in bianco e nero perché credo si siano già visti e rivisti progetti analoghi a colori. Cerco di dare altre informazioni uscendo dai canoni e concentrando l’attenzione creativa su altri aspetti. Sicuramente, allo stesso tempo, ho svolto molti altri lavori a colori ma solo perché ne avevo strettamente bisogno, come nel caso delle fotografie sui cavalli che non avrebbero avuto senso con l’utilizzo del black and white.

“Per le storie personali e identitarie mi viene quasi automatico usare il bianco e nero, così posso concentrarmi su altri aspetti simbolici dell’immagine”.

Parlaci dell’idea di collaborare con il Washington Post Magazine: da dove è nato tutto?

Cover del Washington Post Magazine di Karim El Maktafi

Diciamo che è un progetto nato un po’ dall’esigenza della quarantena, se si può definire così. Nonostante stia avendo a che fare anche io con momenti della giornata noiosi, non ho quasi mai sentito la necessità di dire la mia su qualcosa perché credo che in queste situazioni il silenzio sia fondamentale. In realtà, però, ho sentito anche l’esigenza di dover scattare e creare comunque qualcosa. Anche io, quindi, ho pensato di sperimentare nuove tecniche tra cui appunto lo still life. La fortuna che ho avuto, in quel momento, è stata quella di avere a disposizione due elementi: un calco ad occhi chiusi del viso di una mia coinquilina e una mascherina. A quel punto, mi sono messo a riflettere a quello che stiamo vivendo noi e gli infermieri che stanno lavorando ininterrottamente, tra turni assurdi, persone che stanno in casa che soffrono e le poche certezze che abbiamo di fronte. Infine, ho allestito un piccolo set in casa, preparato le luci ed è venuto fuori quello che per me potesse essere più rappresentativo di questo momento. A quel punto, visto che mi piaceva molto, ho pensato di proporla a qualcuno o inviarla ad eventuali magazine. Il Washington Post Magazine mi ha risposto molto positivamente, mostrandosi interessato ad usarla come cover per il numero di aprile. Penso che il foto editor abbia capito fin da subito il messaggio che volevo mandare.

E perché secondo te il magazine ha deciso di puntare su questo contenuto? Qual è stato il loro obiettivo e come ti è venuto in mente il soggetto che hai fotografato?

Probabilmente loro erano già alla ricerca di una copertina di questo genere e hanno deciso di scegliere me. Un altro messaggio implicito che forse hanno recepito all’istante è il fatto che tutti siamo nella stessa barca, nonostante gli Stati Uniti si siano oggettivamente mossi in ritardo. Il calco è sofferente e vuole rappresentare, allo stesso tempo, una sofferenza collettiva che ci impone però di essere forti e solidi in una centrifuga di emozioni soggettive.

Quali attività o iniziative legate alla fotografia ti sono piaciute girando sul web?

Il web ci regala sempre grandi spunti. Le iniziative che ho scoperto sono molte e ognuna con la sua particolarità. Di grande interesse è stata, per esempio, quella di Perimetro anche per la mole di denaro raccolto e donato. Impensabile che potesse arrivare a tanto, è stato un successo pazzesco. È bello sapere che la fotografia è fatta anche di queste cose, e soprattutto come web e fotografia possano unirsi per venire incontro alle esigenze dei meno fortunati. Un’altra iniziativa analoga è quella di Magnum, che anche in passato aveva fatto produrre delle stampe a scopi benefici e anche in questo caso ha avuto bene o male lo stesso obiettivo. Oltre a queste ben note, però, mi vengono in mente molte iniziative organizzate negli Stati Uniti, mentre io stesso sono stato coinvolto nell’iniziativa promossa dall’associazione Amici di Carlo Fulvio Velardi Onlus di Napoli a favore del quartiere Forcella (“Artisti per Forcella”, a questo link potete trovare maggiori informazioni) che ha deciso di coinvolgere fotografi e illustratori per donare una loro immagine che a sua volta verrà stampata presso il laboratorio Fineart Lab, in formato 20×30 e venduta a 100 euro l’una. Questi progetti di beneficenza sono la dimostrazione concreta che quando digitale, fotografia e stampa classica si uniscono possono davvero fare la differenza, non solo in termini creativi.

Come potresti definire il tuo rapporto con la carta stampata e il digitale?

Scatto in bianco e nero di Karim El Maktafi

Per me, sia chiaro, la fotografia è quella stampata perché devi avere la possibilità di toccarla. È un prodotto che nasce dal vivo ed è sempre importante che venga stampato. Detto questo, il cartaceo è fondamentale ma anche a noi fotografi più old school tocca scendere a compromessi attraverso il digitale, che è diventato un punto forte della nostra vita e va sfruttato nel modo più opportuno. Se devo definire il mio rapporto con il digitale devo sempre ammettere che, per quanto mi riguarda, la fotografia rimane quella delle mostre e vedere una foto su Instagram non è come vedere una stampa dal vivo all’interno di un’esposizione. Nonostante questo, però, è inevitabilmente cambiata la percezione del pubblico: non so se questo cambio culturale e d’approccio sia giusto o sbagliato, ma è uno strumento che è entrato nelle nostre vite e va rispettato come tale. Come per la fotografia, anche l’arte e la pittura sono settori molto vicini a questo mio concetto: vedere un quadro e le sue texture dal vivo continua ad essere completamente diverso dal vedere un’opera su Instagram o altri social media. 

Quali sono i tuoi progetti futuri? C’è la possibilità concreta di collaborare con agenzie creative e lavorare su campagne di altro stampo?

Scatto in bianco e nero di Karim El Maktafi

Come progetto futuro, in generale, voglio continuare prima di tutto a lavorare sulle mie storie e i miei progetti personali. Oltre a questo, però, mettere a disposizione quello che ho creato anche ad altri canali come l’ambito fashion, digital e la comunicazione social sarebbe ugualmente stimolante. Unire creatività personale e campagne pubblicitarie? L’ambito commerciale è molto complesso e secondo me dipende tanto da chi sei e come sai importi, quanto sai venderti. Il lavoro del fotografo, in un certo senso anche in base ai settori che va ad affrontare, sarà sempre circoscritto e contestualizzato perché spesso diventa inevitabilmente un lavoro di team composto da molti punti di vista professionali come l’art director, il copywriter, il brief stesso del cliente e l’agenzia che si prende a carico il lavoro. Oltre ai miei lavori personali, in passato ho avuto modo di collaborare e partecipare a progetti creativi fuori dai canoni più tradizionali del mio repertorio. In un prossimo futuro, chissà!

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