Fact checking e fake news: cosa sta cambiando con il Coronavirus?

L’emergenza Coronavirus ha di fatto influenzato anche il nostro approccio alle notizie. Inondati di informazioni, gli utenti hanno infatti più possibilità di accedere ai social media (che sono diventati i sistemi più utilizzati di condivisione delle notizie, visto il maggiore tempo a disposizione) e quindi di rimanere quotidianamente aggiornati su ciò che accade.

Sicuramente, ci sono social media più preposti al tema attualità (come Facebook e Twitter) e social media tendenti ad altri contenuti più personalizzati e legati alla creatività (come Instagram e Pinterest) e questo fa sì che l’attenzione in merito si concentri per lo più sui primi due.

Ovviamente un altro mezzo di condivisione delle informazioni è Whatsapp, che attraverso la sua modalità di inoltro messaggi è un efficace mezzo di distribuzione delle informazioni tra contatti. I gruppi chat, per esempio, rappresentano nella maggior parte dei casi veri e propri tavoli di discussione sui vari temi di attualità politica, economica e sociale.

In questo scenario, però, chi controlla le fonti delle notizie che ci arrivano quotidianamente?Il compito è prima di tutto dei media, che per codice etico e deontologico sono tenuti a diffondere una notizia solo dopo aver verificato le proprie fonti e la veridicità di quest’ultime.

Anche Facebook e Twitter, seppur presidiati dalle pagine ufficiali delle più importanti emittenti e compagnie media nazionali e internazionali, sono in questo periodo un mezzo di condivisione di fake news da parte di pagine con un livello di affidabilità e autorevolezza non verificato. Proprio per questo, i giganti del web hanno deciso di iniziare a fronteggiare questo problema muovendosi di conseguenza attraverso le proprie possibilità.

Fact checking sui social e Coronavirus: i colossi del web rispondono

immagine di alcuni giornali per l'articolo

Ma partiamo dalla definizione di fact checking: la verifica dei fatti, nel lessico del giornalismo, è il lavoro di accertamento degli avvenimenti citati e dei dati usati in un testo o in un discorso. Questo succede, in particolare, alle informazioni date dalla classe politica e alle notizie diffuse appunto dai mezzi di comunicazione e quindi anche dai social media.

Il fact checking è un’arma con cui i colossi del web hanno deciso di attuare severe restrizioni nei confronti di informazioni ritenute devianti o non verificate. In questo senso, per esempio, Facebook ha lanciato il 2 aprile un progetto pilota in Italia per il fact-checking su WhatsApp, nell’ambito dell’iniziativa di co-regolamentazione introdotta da Agcom con l’obiettivo di affrontare la sfida della disinformazione sul Coronavirus attraverso le piattaforme digitali.

Questa iniziativa è frutto di una partnership con Facta, il nuovo progetto di Pagella Politica (unico sito italiano dedicato interamente al fact checking e partner di Facebook dal 2018), firmataria dei Poynter International Fact Checking Principles nell’ambito del programma globale di fact-checking dell’azienda. Un rapporto che permetterà agli utenti di WhatsApp di inviare a Facta messaggi condivisi sulla piattaforma riguardanti il Covid-19, cosicché il “fact-checker” possa verificarne l’accuratezza.

Com’è possibile fare tutto ciò? Semplice: per utilizzare il servizio gratuito basterà salvare il numero di Facta nei contatti del proprio telefono (+39 345 6022504) e a cui si potranno inviare i messaggi di testo o vocali, video o immagini dei quali si desidera verificare l’autenticità.

“If a user receives a frequently forwarded message – one which has been forwarded more than five times – under the new curbs, they will only be able to send it on to a single chat at a time”.

Alex Hern, The Guardian

Altra importante decisione dell’app di messaggistica, inoltre, è quella relativa alla modalità “inoltra”. Whatsapp, infatti, limiterà l’inoltro di un messaggio verso contatti multipli se quest’ultimo viene identificato come “altamente inoltrato”(prima era possibile l’inoltro a 5 chat contemporaneamente, ora sarà possibile solo ad una). Una decisione che viene dall’obiettivo di combattere la diffusione della disinformazione senza violare la privacy dei propri utenti.

Un provvedimento importante, invece, arrivato sempre da Facebook è quello relativo al taglio delle fake news sulla propria piattaforma. Nel merito di quest’attività, il social media di Mark Zuckenberg è stato uno dei più severi: dopo uno studio dell’università di Oxford e del Reuters Institute, che avevano esaminato, sottoposto a fact checking e giudicato di falsa natura oltre 225 post, Twitter è riuscita a bloccare solo 4 fake news su 10 (41%) lasciandone indenne quindi il restante 59%, YouTube ne ha fermato il 73%, mentre Facebook il 76% lasciandone passare quindi circa 1 su 4 (24%).

In ogni caso, da gennaio a marzo il numero di controlli sulle notizie in circolazione (in lingua inglese) è aumentato del 900%, come racconta lo stesso studio. Quest’ultimo, però, è stato anche più specifico spiegando che per il 59% si tratta di notizie spesso vere che vengono manipolate, distorte e rielaborate, mentre il 38% sono completamente inventate. Sui social media, invece, a circolare di più sono le notizie manipolate, che danno vita all’87% delle interazioni, mentre le notizie completamente inventate rappresentano il 12%.

Per quanto riguarda invece le fonti della disinformazione, come ha aggiunto la redazione Ansa in un articolo del 9 aprile, le notizie provenienti da politici, celebrità e altre figure di spicco costituiscono il 20% delle bufale prese in esame e danno vita al 69% del coinvolgimento sui social. La categoria di contenuti maggiormente rilevata (il 39%) riguarda infine “dichiarazioni manipolate o inventate in merito ad azioni e norme di autorità pubbliche, compresi rappresentanti dei governi e autorità internazionali come l’Oms e l’Onu”.

Fake news e questione contenuti: come possono agenzie e brand dare il loro contributo?

Sicuramente, è da evidenziare che non sia compito delle agenzie di comunicazione verificare e analizzare l’attendibilità di certe notizie, proprio perché è una responsabilità che spetta agli organi competenti come spiegato sopra. Detto questo, però, anche le web agency che decidono di dare una svolta editoriale alla propria presenza web devono condividere informazioni (seppur magari legate ad altri temi più artistici e non prettamente economico-politici) che possano mantenere la fidelity creata giorno dopo giorno con i propri utenti.

Proprio per questo motivo, la qualità dei contenuti passa anche dalla loro veridicità: se un brand che vende prodotti di un certo tipo dovrà ragionare sensibilmente sulle informazioni di settore che condivide, anche un’agenzia dovrà scegliere attentamente ciò con trasmette al suo pubblico non solo per una precisa linea editoriale, ma anche per rendersi autorevole agli occhi dei suoi lettori.

Questo discorso è particolarmente valido per tutto l’ecosistema dei blog aziendali, che fungono da veri e propri portali informativi per i clienti di un determinato brand che hanno bisogno di rimanere informati riguardo a specifiche tecniche, vantaggi e possibili utilizzi specifici dei prodotti.

Abbiamo pubblicato un articolo che prende in considerazione anche il tema della qualità, pertinenza e contestualizzazione dei contenuti nel corso di questa emergenza globale: lo trovi qui.

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