Ambient computing e tecnologia invisibile: di cosa stiamo parlando?

L’Ambient computing (conosciuto fin dagli anni ’90 anche come ambient intelligence o obiquitous computing) rappresenta l’assenza di tecnologia, incorporata negli oggetti che ci circondano e al tempo stesso potenziata in modo da reagire alla presenza dell’uomo.

Mark Weiser, padre dell'Ambient computing

Fu il computer scientist Mark Weiser a coniare il termine “ubiquitous computing”, attorno al 1988, durante la docenza come Chief Technologist presso il Palo Alto Research Center (PARC, Centro di Ricerca di Palo Alto) della Xerox. Weiser, insieme al ricercatore John Seely Brown, scrisse alcuni articoli che rappresentano i primi documenti sull’argomento, definendone gran parte della disciplina e delineando i suoi principali interessi e dubbi in proposito.

John Seely Brown, padre dell'Ambient computing

La prima esperienza recente e concreta di Ambient computing si registra invece con Project Soli, un progetto di ricerca per l’utilizzo di radar all’interno di prodotti elettronici di largo consumo. Ad’ oggi, infatti, grazie ai progressi nella cosiddetta “miniaturizzazione”, gli ingegneri di Google sono riusciti a inserire un mini radar nel nuovo smartphone Pixel 4.

Ambient computing: i primi passi

Con il pixel 4, la visione di Rick Osterloh (Google Senior Vice President of Devices and Services) è stata quella di realizzare una tecnologia inesistente, incorporata negli oggetti che ci circondano e che utilizziamo quotidianamente.
In futuro, c’è quindi la possibilità che diventi ordinario vivere all’interno di ambienti casalinghi e di lavoro dove la tecnologia non è visibile, ma è sempre pronta a rispondere alle nostre azioni e alle nostre parole.

“Crediamo che la tecnologia possa risultare ancora più utile quando il computing è accessibile ovunque ne abbiate bisogno, sempre disponibile ad aiutarvi.  I vostri dispositivi scompaiono in secondo piano, lavorando insieme all’intelligenza artificiale e al software per fornirvi supporto durante la vostra giornata. Questo è ciò che chiamiamo Ambient Computing”. 

Rick Osterloh

Uno spazio di manovra che porterebbe a grandi interrogativi, e allo stesso tempo una grande sfida tecnologica e culturale: stiamo parlando di temi quali per esempio la codifica di nuovi linguaggi non verbali, le interazioni e la privacy.

“Opposto al paradigma del desktop (letteralmente: «scrivania»), in cui un utente individuale aziona consciamente una singola apparecchiatura per uno scopo specifico, chi “utilizza” lo ubiquitous computing aziona diversi sistemi e apparecchiature di calcolo simultaneamente, nel corso di normali attività, e può anche non essere cosciente del fatto che questi macchinari stiano compiendo le proprie azioni e operazioni”.

Questo paradigma viene descritto anche come calcolo pervasivo, intelligenza ambientale ovunque’ (il cui corrispondente inglese è everyware). Quando riguarda gli oggetti coinvolti, invece, è anche detto calcolo fisico, Internet of Things o haptic computing.

Ovviamente, l’Ambient computing coinvolge altre attività come l’intelligenza artificiale, il mobile computing, il calcolo distribuito e il Wireless Sensor Network (o WSN).

Le ambizioni di Google nell’ambito dell’Ambient computing

foto di 3 Google Pixel 4 che hanno l'ambient computing

Tornando a Google, l’intenzione del colosso è quella di offrire soluzioni in grado di tornare utili ovunque, indipendentemente dalla tipologia di device impiegati o dal luogo in cui ci si trova. Ecco perchè questo settore rappresenta, prima di tutto, il mettere a disposizione dell’utente le potenzialità di hardware e software supportati da algoritmi IA e machine learning, per svolgere in modo rapido le piccole azioni quotidiane. È in questa direzione che si sta muovendo il gruppo di Mountain View e in quest’ottica che rientreranno le sue prossime evoluzioni, almeno quelle destinate all’ambito consumer.

Il mantra di bigG è divenuto, quindi, “AI+Hardware+Software”. Un insieme di elementi che danno vita a soluzioni fruibili in local, con le informazioni gestite sui device o quando necessario sui server remoti dei data center. C’è anche chi lo chiama Edge Computing, ma Google preferisce la definizione originaria, puntando ad andare oltre i confini fissati da etichette e categorie predefinite (mobile, smart home, IoT, domotica).

Allo stesso tempo, Google vuole sottolineare come il compito delle tecnologie di cui disponiamo oggi sia quello di funzionare nel modo più semplice e automatizzato possibile, senza nemmeno chiedere un intervento attivo se non necessario. Il sistema, infatti, non attende passivamente un input ma genera un output quando ce n’è bisogno, valutandolo sulla base dell’esperienza acquisita.

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