Quanto cambierà il grande mercato del gaming nel 2019?

Jacopo Shots.it

Jacopo Miatton

Siamo al primo mese di questo nuovo anno e già viene da chiedersi cosa ci aspetterà nei prossimi per quanto concerne il mondo videoludico. Potremmo stare a parlare per ore delle novità tecnologiche proposte dalle multinazionali dell’informatica: futuristici laptop da gaming, brillanti processori, schede video. Prodotti indispensabili senza i quali noi videogiocatori non potremmo
goderci al meglio delle loro possibilità i prodotti delle case di sviluppo. Un comparto tecnico di prim’ordine è condizione imprescindibile perché si possa dire d’un videogioco che è ottimo; se il gameplay funziona, e i controlli filano lisci, le ore passate a giocare non si contano più.

Meno arcade, più gaming storytelling

Ciò nonostante è difficile guardare ai prodotti videoludici di ultima generazione senza soffermarsi sulla
componente narrativa, che finalmente sembra si stia ritagliando il proprio ruolo all’interno di un universo che per diverse ragioni non sempre aveva apprezzato la narrazione come una delle parti fondamentali di una avventura interattiva. Un po’ perché non ve ne era la possibilità – Pacman non ha una storia, è semplice interazione – un po’ perché letteratura e cinema l’hanno sempre fatta da padroni. Eppure il 2018 ha voluto premiare come miglior gioco dell’anno un franchising – God of War – che diminuisce il ritmo rispetto ai capitoli precedenti e prende consapevolezza di sé stesso come prodotto narrativo: i personaggi, Kratos in primo luogo, godono in questo episodio di una tridimensionalità che permette al fruitore di apprezzarne sfumature altrimenti nascoste, debolezze mai mostrate.

“Sono sempre stato molto affascinato dal lato B del mondo, perché credo rifletta in maniera più sincera il nostro io rispetto al lato A. Quello frontale, pubblico, è come una foto di Instagram dove sei truccato e in posa. La strada sul retro sei tu al mattino appena sveglio”.   Rasmus Poulsen, Franchise Art Director

God of War picture gaming

Si dirà che alcuni videogiochi non sono fatti per raccontare una storia, si dirà che per divertirsi non è necessario seguire un filone narrativo – e sono tutte cose vere. Il netto distacco tra i precedenti capitoli creati dai ragazzi del Santa Monica Studio mette in risalto come God Of War fosse sviluppato per randellare nemici virtuali senza saper ne leggere ne scrivere; l’ultima fatica invece fa riflettere, ci fa soffermare su quella che è la natura di una storia che ha accompagnato tantissimi appassionati. L’epopea di Red Dead Redemption (ve l’avevamo raccontata qui), l’intreccio, fa ridere, fa commuovere e fa arrabbiare. La caratterizzazione veritiera dei personaggi rende credibile tutto l’universo di gioco e la storia ci coinvolge a tal punto che prendiamo la parte di questo o di quel cowboy virtuale. Certo, non stiamo leggendo un libro: mai ci aspetteremmo da un gioco come Doom il benché minimo riferimento ad un qualche tipo di successione romanzesca dei fatti.

Il gaming nel 2019: sempre più coinvolgente

Quando accendiamo le console per giocare a questo gioco, ci interessa soltanto puntare e sparare. E ci si diverte molto; tuttavia, dopo un po’, non ci rimane nulla di quell’esperienza. Non vogliamo che tutti i videogiochi si trasformino in opere letterarie, ne tantomeno che gameplay e comparto tecnico vengano surclassati dall’elemento narrativo. Ciò che si chiede è questo: volere giocare prodotti divertenti (e perché no, leggeri) senza dimenticarsi dopo tre giorni dei fatti accaduti o dei personaggi presentati. Il coinvolgimento emotivo spezza la barriera dello schermo e trasporta chi gioca all’interno dell’esperienza. Ci sentiamo vicini ad alcuni personaggi perché ci ricordano noi stessi, perché sono imperfetti, coloriti, a volte sbavati. Dal  gaming nel 2019 e dal mercato videoludico, insomma, ci si aspetta di emozionarsi un po’ di più.

Immagine murales pop culture e gaming

Share your thoughts